|
Articolo di Michael Pollan. Fonte: New York Time Traduzione di Giokore
Perché disturbarmi? Di Michael Pollan, 20 Aprile 2008, The New York Times.
Perché disturbarmi? E’ la grande domanda che ciascuno di noi affronta quando desidera attivarsi contro il cambiamento climatico, e non è facile dare una risposta. Non so voi ma, per quanto mi riguarda, il momento più sconvolgente di “Una scomoda verità” è arrivato molto dopo essermi spaventato a morte davanti al quadro estremamente convincente dipinto da Al Gore, secondo il quale la sopravvivenza della vita sulla Terra come la conosciamo è minacciata dal cambiamento climatico. No, il momento davvero terribile è arrivato con i titoli di coda, quando ci viene chiesto di… cambiare le lampadine. E’ stato allora che mi sono depresso. L’immensa sproporzione tra l’enormità del problema che Gore ha descritto e la cosa minuscola che ci viene richiesta per arginarla mi ha colpito al cuore.
Ma il fatto che questa sia una goccia nel mare non è l’unico problema che si nasconde dietro la domanda “perché disturbarmi?”. Diciamo che mi importa, gran cosa. Metto sottosopra la mia vita, vado al lavoro in bici, pianto un grande giardino, abbasso così tanto il termostato da aver bisogno del cardigan alla Jimmy Carter, sostituisco l’asciugatrice con un bel filo per la biancheria che mi attraversa il giardino, rivendo la station wagon e compro un’auto ibrida, rinuncio al manzo, mangio solo prodotti locali. Teoricamente posso fare tutto questo, ma a cosa mi serve se so benissimo che dall’altro lato del mondo vive il mio gemello cattivo, un doppelganger per le emissioni di carbonio a Shanghai o Chongqing che ha appena comprato la sua prima auto (la percentuale di proprietari d’auto in Cina è uguale alla nostra nel 1918), che non vede l’ora di ingoiare ogni singolo boccone di carne cui rinuncio ed ha una voglia matta di rimpiazzare ogni molecola di CO2 che io faccio di tutto per non emettere. Allora, perché mai dovrei ostentare tutta la mia preoccupazione?
Potreste suggerirmi, con un certo imbarazzo, un senso di virtù personale. Ma a che serve quando la stessa virtù è diventata una parola canzonatoria? E non solo negli editoriali del Wall Street Journal o sulle labbra del vicepresidente, noto per aver liquidato il risparmio energetico come “segno di virtù personale”. No, anche tra le pagine del New York Times e del New Yorker l’epiteto “virtuoso”, se riferito a un atto individuale di responsabilità ambientale, sembra usato solo ironicamente. Ditemi: come ha potuto la virtù – una qualità ritenuta per buona parte della nostra storia, appunto, virtuosa – diventare un segno di generosa idiozia? E’ strano che fare la cosa giusta per l’ambiente – comprare un’auto ibrida, diventare locavoro – ti renda adatto al programma di Ed Begley Jr [NdT: un attore ecologista che ha creato un reality basato sul vivere sostenibile]
E se anche, a dispetto della derisione, decidessi che mi importa, allora si solleva la controversia del farlo bene. Mangiare cibo locale o andare al lavoro a piedi sono atti realmente in grado di ridurre la mia impronta di carbonio? Secondo un’analisi, se andare al lavoro a piedi fa aumentare l’appetito e quindi mi fa consumare più carne e latte, allora camminare aumenta le mie emissioni di carbonio più del guidare. Una manciata di studi negli ultimi tempi ha suggerito che in certi casi, in certe condizioni, produrre in luoghi lontani come la Nuova Zelanda può causare meno emissioni rispetto all’acquisto dello stesso prodotto coltivato nella propria nazione. Va detto che ad almeno uno di questi studi ha collaborato un rappresentante dei produttori agricoli in (sorpresa!) Nuova Zelanda, ma anche così dà da pensare. Se è davvero tanto complicato determinare l’impronta di carbonio del cibo, e non devo solo contare i km percorsi, ma anche se il cibo li ha percorsi in nave o camion, e quanto sia lussureggiante l’erba in Nuova Zelanda, allora con un ripensamento posso semplicemente comprare una costata d’importazione da Costco, almeno finché gli esperti non avranno risolto la questione delle emissioni.
Possiamo raccontarci molte storie per giustificare la nostra inazione, ma forse la più insidiosa è che, qualsiasi cosa facciamo, sarà sempre troppo tardi. Il cambiamento climatico incombe, è già avanti nella tabella di marcia. Le proiezioni degli scienziati, già terribili dieci anni fa, si sono dimostrate fin troppo ottimiste: il riscaldamento e lo scioglimento dei ghiacciai sono molto più rapidi del previsto. Ci sono già terrificanti retroazioni continue che minacciano di accelerare esponenzialmente il tasso di cambiamento, dato che il passaggio dal bianco ghiacciaio al blu dell’acqua nel circolo polare artico aumenta l’assorbimento dei raggi solari e la terra riscaldata diventa biologicamente più attiva, rilasciando carbonio nell’atmosfera. Avete guardato negli occhi dei climatologi, negli ultimi tempi? Sembrano proprio spaventati.
Allora, volete ancora parlare di piantare orti? Io sì.
Tutto ciò che ciascuno di noi può fare per cambiare il proprio stile di vita all’ultimo momento sembra assolutamente inadatto alla sfida. Difficile controbattere al recente articolo pubblicato sul New Yorker, in cui Michael Specter afferma: “Le scelte personali, per quanto virtuose (N.B.!), non possono essere sufficienti. Servono anche leggi e denaro.” E’ così. Ma non è meno corretto o pragmatico dire che neanche leggi e denaro sono sufficienti, che serve anche un profondo cambiamento nel nostro stile di vita. Perché? Perché la crisi ambientale, in fondo, è una crisi di stile di vita – o perfino di carattere. Il Grande Problema non è né più né meno che la somma totale di innumerevoli piccole scelte quotidiane, per la maggior parte fatte da noi stessi (gli acquisti dei consumatori rappresentano il 70% della nostra economia), e la maggior parte delle altre viene fatta in nome dei nostri bisogni, desideri, preferenze.
Aspettarsi che leggi e tecnologia risolvano la questione di come dovremmo vivere dimostra che non prendiamo sul serio il cambiamento, e questo non sfugge ai nostri politici. Non si muoveranno finché non saremo noi a farlo per primi. Di fatto, aspettarsi che leader ed esperti, leggi e denaro e grandi schemi, ci salvino da questa situazione difficile è proprio il tipo di pensiero – passivo, delegante, dipendente da soluzioni trovate dagli specialisti – che ci ha messi in questo casino. È difficile credere che ce ne possa togliere ora.
Trenta anni fa, Wendell Berry, contadino e scrittore del Kentucky, avanzò una dura analisi su questa mentalità. Sosteneva che la crisi ambientale degli anni Settanta – un periodo di cambiamento climatico innocente: cosa non daremmo per riavere quella crisi ambientale! – fosse di fondo una crisi di carattere e che andasse affrontata innanzitutto a quel livello: nelle singole case, laddove si trovava. Non sopportava le persone che staccavano assegni per le organizzazioni ambientaliste e intanto sperperavano quotidianamente i combustibili fossili con noncuranza – l’equivalente anni Settanta di chi oggi installa la marmitta catalitica sul SUV. Nulla poteva cambiare finché non si fosse venuti a capo del “divario tra quello che pensiamo e quello che facciamo”. Per Berry, la domanda “perché disturbarmi” diventava un imperativo morale: “Non appena ci rendiamo conto del nostro collegamento con le azioni sbagliate, allora bisogna scegliere: possiamo continuare come prima, riconoscendo la nostra disonestà e gestendola come meglio possiamo, oppure possiamo sforzarci per iniziare a cambiare il nostro modo di vivere e di pensare”.
Per Berry, il problema alla base di tutti gli altri collegati alla civiltà industriale è la “specializzazione”, da lui considerata una “malattia del carattere moderno”. La nostra società ci assegna una quantità minima di ruoli: siamo produttori (di un’unica cosa) al lavoro, consumatori di moltissime altre il resto del tempo, poi una volta l’anno o giù di lì siamo anche cittadini votanti. Virtualmente tutti i nostri bisogni e desideri sono delegati a specialisti di vario genere – i pasti agli agricoltori, la salute al dottore, l’istruzione all’insegnante, il divertimento ai media, la tutela dell’ambiente agli ambientalisti, l’azione politica ai politici.
Come è stato sottolineato da Adam Smith e molti altri, questa divisione del lavoro ci ha dato molte delle benedizioni della civilizzazione. In effetti è la specializzazione che mi permette di sedere al computer pensando al cambiamento climatico. Tuttavia proprio questa divisione del lavoro nasconde le linee di contatto – e di responsabilità – che collegano i nostri atti quotidiani alle loro conseguenze nel mondo reale, lasciandomi facilmente dimenticare la centrale elettrica a carbone che alimenta il mio schermo o la montagna del Kentucky distrutta per fornire carbone alla centrale, o i ruscelli diventati color cremisi per lo scarico di metalli pesanti.
Ovviamente, quello che inizialmente ha permesso questo tipo di specializzazione è stata l’energia a basso costo. Il costo minimo dei combustibili fossili ci permette di pagare qualcuno che, a grande distanza, ci prepari il cibo, ci faccia divertire e risolva (o provi a risolvere) i nostri problemi. Ne consegue che c’è molto poco che siamo in grado di ottenere da soli. Pensate un attimo a tutto quello che dovete improvvisamente fare da soli durante un black out – fino ad includere il divertimento. Pensate anche a come la mancanza di energia elettrica fa sì che i vostri vicini – la vostra comunità – si stagli minacciosamente all’orizzonte nella vostra vita. L’energia a basso costo ci ha permesso di fare un balzo fuori dalla comunità, rendendoci possibile la vendita della nostra specialità a grande distanza e, allo stesso modo, facendo entrare nelle nostre vite le specialità di altre persone molto distanti.
Ecco il punto: l’energia a basso costo, che ci ha portato il cambiamento climatico, genera precisamente il tipo di mentalità che rende incredibilmente difficile fronteggiare il cambiamento stesso. Essendo noi stessi specializzati, non riusciamo più a immaginare nessuno se non un esperto, niente se non la tecnologia o la legge, in grado di risolvere i nostri problemi. Al Gore ci chiede di cambiare le lampadine perché probabilmente non ci considera in grado di fare qualcosa di più sfidante, come per esempio coltivare parte del nostro cibo. Nemmeno noi riusciamo a prenderlo in considerazione, e probabilmente per questo motivo preferiamo incrociare le dita e parlare della promessa dell’etanolo e dell’energia nucleare – liquido ed elettroni nuovi per dare energia a case e macchine e vite obsolete.
La “mentalità da energia a basso costo”, come la chiamava Wendell Berry, è quella che ci fa chiedere: “Perché disturbarmi?”, essendo incapace di immaginare – ancor più tentare – un diverso stile di vita, meno suddiviso, meno dipendente dagli altri. Dato che la mentalità da energia a basso costo trasforma tutto in denaro, il suo delegato, essa preferisce riporre la propria fiducia in soluzioni basate sul mercato – tasse sulle emissioni, schemi di commercio per l’inquinamento. Se solo riuscissimo a sistemare gli incentivi, pensa, l’economia valuterebbe a dovere quello che conta e canalizzerebbe i nostri interessi nella giusta direzione. Il meglio che si può sperare è una versione ecologica della vecchia mano invisibile. Le mani visibili, invece, sono inutili.
Ma laddove qualche grande schema può ben essere necessario, dubito possa essere sufficiente o politicamente sostenibile prima di aver dimostrato a noi stessi che il cambiamento è possibile. Limitarsi a donare, spendere, perfino votare, significa non fare nulla, e c’è tantissimo da fare, senza ulteriori ritardi. Secondo James Hansen, il climatologo della NASA che per primo diede l’allarme sul riscaldamento globale 20 anni fa, abbiamo solo 10 anni per iniziare a tagliare – e non solo a rallentare – la quantità di carbonio che stiamo emettendo, se non vogliamo trovarci con un pianeta “diverso”. Però Hansen l’ha detto più di due anni fa; due anni sono passati e niente è stato fatto. Allora: otto anni rimasti e ancora tanto da fare.
Il che ci riporta al “perché disturbarmi” e alla migliore risposta possibile. Le ragioni per non disturbarsi sono molte e convincenti, perlomeno secondo la mentalità da energia a basso costo. Ma lasciatemi provare a dare qualche ragione da mettere sull’altro piatto della bilancia.
Se vi importa, sarete d’esempio alle altre persone. Se ad un sufficiente numero di altre persone importa, e ciascuna influenza l’altra in una reazione a catena di cambiamento comportamentale, il mercato di qualsivoglia prodotto ecologico e tecnologia alternativa prospererà e si allargherà (pensate alle auto ibride). Le coscienze saranno risvegliate, forse perfino cambiate: nuovi imperativi morali e nuovi tabù metteranno radici nella cultura. Guidare un SUV o mangiare una bistecca da 700 g o illuminare la propria villa come una pista d’atterraggio di notte inizieranno a essere considerati come oltraggi alla coscienza umana. Non possedere molte cose potrebbe diventare più fico che possederle. E coloro che cambieranno il proprio stile di vita acquisiranno lo spessore morale necessario ad esigere il cambiamento altrui – altre persone, aziende, perfino nazioni.
Teoricamente, tutto questo può accadere. Quello che sto descrivendo (ma probabilmente sarebbe più preciso dire “immaginando”) è un processo di cambiamento sociale virale, e questo tipo di cambiamenti non lineari non possono mai essere predetti e pianificati, né ci si può contare. Chissà, magari il virus si farà tutta la strada fino a Chongqing e infetterà il mio gemello cattivo in Cina. Oppure no. Forse la sostenibilità si dimostrerà una moda passeggera e perderà impeto tra qualche anno, come quando Ronald Reagan, negli anni Ottanta, tirò giù i pannelli solari di Jimmy Carter dal tetto della Casa Bianca.
L’ambientalismo a livello personale è una scommessa, niente di più e niente di meno, per quanto sia una scommessa che probabilmente dovremmo fare tutti, anche se le possibilità di vincere non sono ottime. A volte bisogna agire come se si potesse fare la differenza, anche quando non lo si può sapere con certezza. Dopotutto, è esattamente quanto accadde nella Cecoslovacchia comunista e in Polonia, quando un pugno di persone come Vaclav Havel e Adam Michnik decisero che avrebbero semplicemente vissuto le proprie vite “come” in una libera società. Quell’improbabile scommessa creò un minuscolo spazio di libertà che, nel tempo, si espanse fino ad abbracciare e poi ad abbattere tutto il blocco orientale.
Perciò quale potrebbe essere una scommessa corrispondente che ciascuno di noi può fare in caso di crisi ambientale? Havel stesso suggerì che le persone iniziassero a “comportarsi come se avessero dovuto vivere per sempre su questa terra, per rispondere un giorno delle sue condizioni”. Piuttosto giusto, ma lasciatemi proporre una scommessa un po’ meno astratta e un po’ meno allettante. L’idea è trovare qualcosa nella vostra vita che non abbia a che vedere con spendere o votare, qualcosa che possa o meno scuotere il mondo in maniera virale, ma che sia tangibile e particolare (e altrettanto simbolica) e che ad ogni modo offrirà una ricompensa. Potreste decidere di rinunciare alla carne, un atto che ridurrebbe almeno di un quarto la vostra impronta sul pianeta. O potreste provare questo: decidete di osservare il Sabato ebraico. Un giorno a settimana, astenetevi del tutto dalle attività economiche: niente compere, niente auto, niente elettricità.
Ma quello di cui voglio parlare è coltivare il vostro cibo, anche solo un pochino. Tosate il prato, se ne avete uno, e se non lo avete – se abitate in un grattacielo o avete un cortile non illuminato – cercate di scoprire come ottenere un po’ di spazio in un orto comune. Se paragonato al Problema Davanti a Noi, piantare un orto sembra piuttosto innocuo, lo so, ma in realtà è una delle cose più potenti che un individuo può fare – ridurre la propria impronta di carbonio, certo, ma ancora più importante, ridurre il senso di dipendenza e divisione: cambiare la mentalità da energia a basso costo.
Nel piantare un orto succedono molte cose, alcune direttamente collegate al cambiamento climatico, altre indirette ma ugualmente collegate. Tendiamo a dimenticare che coltivare il cibo include l’originaria tecnologia solare: calorie prodotte attraverso la fotosintesi. Molti anni fa la mentalità da energia a basso costo scoprì che si poteva produrre più cibo con meno sforzo sostituendo la luce solare con i fertilizzanti fossili e i pesticidi, con il risultato che una singola caloria del cibo nella nostra dieta ne richiede circa 10 di combustibili fossili per essere prodotta. Si stima che il modo in cui ci nutriamo (o meglio, in cui permettiamo di essere nutriti) è causa di circa un quinto dei gas serra di cui ciascuno di noi è responsabile.
Tuttavia il sole continua a splendere sul vostro giardino, e la fotosintesi funziona così abbondantemente che in un orto organizzato razionalmente (piantato con dei semi, nutrito con il compost ottenuto dagli scarti di cucina e senza necessitare di troppi viaggi in auto al vivaio), potrete coltivare il proverbiale pasto gratuito – sia per quanto riguarda il carbonio che il denaro. E’ il cibo più locale che potrete mai mangiare (per non dire il più fresco, saporito e nutriente), con un’impronta di carbonio talmente piccola che perfino il concilio degli agnelli in Nuova Zelanda non potrebbe osare sfidarlo. E giacché stiamo contando il carbonio, pensate anche alla vostra pila di compost che fa diminuire i sacchi di spazzatura portati via dai camion e intanto nutre le vostre verdure e assorbe carbonio dal suolo. Che altro? Beh, probabilmente noterete che state facendo un bel po’ di esercizio fisico, bruciando calorie senza dover salire in macchina per andare in palestra (è una delle assurdità della moderna suddivisione del lavoro il fatto che, avendo rimpiazzato il lavoro fisico con i combustibili fossili, ora dobbiamo bruciare altri combustibili fossili per mantenere in forma corpi inutilizzati). Inoltre, impiegando mente e corpo, il tempo (e l’energia) speso nell’orto viene sottratto dalle forme di intrattenimento elettronico.
Iniziate a vedere come coltivare anche una piccola parte del vostro cibo è, come indicato 30 anni fa da Wendell Berry, una di quelle soluzioni che invece di creare nuovi problemi (come fanno inevitabilmente “soluzioni” quali l’etanolo o l’energia nucleare), di fatto crea altre soluzioni, e non solo per la riduzione delle emissioni. Sono ancora più importanti le abitudini mentali create dalla coltivazione del proprio cibo. Imparerete presto che non dovete necessariamente dipendere da specialisti che vi riforniscano – che il vostro corpo è ancora buono a qualcosa e che può essere reclutato per l’autosostentamento. Se gli esperti hanno ragione, se rischiamo di rimanere senza petrolio e senza più tempo, sono abilità e abitudini mentali che presto tutti dovremo avere. Potremmo avere anche bisogno di cibo. I nostri orti basteranno? Beh, durante la II Guerra Mondiale gli orti della vittoria [NdT: giardini privati convertiti a orti, in pratica l’esempio che ha appena dato Ms. Obama] fornivano almeno il 40% degli alimenti negli Stati Uniti.
Ma ci sono ragioni migliori per piantare quell’orto, per darsi disturbo. Perlomeno in questo angoletto del vostro giardino e della vostra vita, avrete iniziato a colmare il divario tra quel che pensate e quel che fate, a mescolare le vostre identità di consumatore, produttore e cittadino. Può darsi che l’orto vi collegherà nuovamente con i vicini, poiché vi avanzeranno dei prodotti da regalare, e dovrete prendere in prestito degli attrezzi. Avrete ridotto il potere della mentalità da energia a basso costo superando personalmente la sua maggior debolezza: il suo essere indifesa, il fatto che essa non può prescindere da divisione o sottrazione. Il passaggio stagionale da seme a frutto maturo (te ne prendi un po’, di quelle zucchine?!) suggerisce che le operazioni di addizione e moltiplicazione funzionano ancora, che l’abbondanza della natura non è esaurita. La più importante lezione che l’orto ci insegna è che la nostra relazione col pianeta non ha bisogno di essere a somma zero, e che fin quando il sole brillerà e le persone sapranno pianificare e piantare, pensare e agire, allora noi possiamo, se ci prendiamo il disturbo di provare, trovare dei modi per rifornire noi stessi senza dover rubare al mondo. Fonte: http://www.nytimes.com/2008/04/20/magazine/20wwln-lede-t.html?_r=1&scp=1&sq=michael%20pollan%20why%20bother&st=cse
|